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Interviste post-allenamento ai mister: cosa fanno quando i ragazzi perdono motivazione

📅 20 Agosto 2026✍️ di Agnese Borsi⏱️ 5 min di lettura

Era una sera di fine novembre quando mi trovai davanti a una squadra demoralizzata. Avevamo perso tre partite di fila, e vidi negli occhi delle ragazze quell’assenza di scintilla che ogni allenatrice teme. Durante l’intervista post-allenamento, una delle mie migliori calciatrici mi disse semplicemente: “Mister, non ce la faccio più”. Quel momento mi insegnò che la vera sfida di chi allena non è solo tattica o tecnica, ma gestire le emozioni di ragazzi che cominciano a dubitare di sé stessi.

Riconoscere i segnali della demotivazione

Quando lavori con bambine e ragazze nel calcio giovanile, impari a leggere il campo come una pagina aperta. La demotivazione non arriva all’improvviso: prima ci sono i piccoli segnali. Nel mio caso, ho notato che durante gli allenamenti le ragazze parlavano meno, sorridevano meno, e soprattutto commettevano errori che normalmente non facevano. Come allenatrice con anni di esperienza sia nel ruolo di arbitro che di coach, ho imparato che il corpo comunica sempre quello che la mente pensa.

Le sconfitte consecutive pesano, ma ancor più pesano i dubbi che si insinuano. Una mia calcatrice di undici anni mi confessò che pensava di non essere abbastanza brava per la squadra. Un’altra diceva che le compagne giocavano meglio di lei. Questi pensieri viaggiano veloci nel gruppo e contaminano l’atmosfera. Per questo motivo, le interviste post-allenamento non sono per me un momento burocratico, ma un’opportunità di ascolto autentico.

L’intervista come strumento di riscatto emotivo

Quando parlo con le ragazze subito dopo l’allenamento, scelgo di farlo in modo informale. Non è un interrogatorio, ma una conversazione. Mi siedo accanto a loro, non di fronte. Chiedo non solo cosa è andato male, ma come si sentono, che cosa pensano dei loro progressi, se hanno qualcosa che le preoccupa fuori dal campo. Perché la demotivazione nel calcio raramente nasce solo dal calcio.

Ho scoperto che spesso le ragazze più scoraggiate hanno bisogno di sentirsi ascoltate senza giudizio. Una di loro aveva problemi a scuola e trasferiva quella frustrazione in campo. Un’altra aveva litigato con una compagna e non riusciva a concentrarsi. Un terzo caso riguardava una bambina che semplicemente non credeva in sé stessa, nonostante avesse talento innato.

L’intervista mi permette di comprendere la radice del disagio. E qui entra in gioco la psicologia dello sport, un campo che sempre più viene riconosciuto come fondamentale Psicologia dello sport nel calcio giovanile. Non basta dire a una ragazza che è brava: bisogna farle comprendere il percorso che l’ha portata a essere brava, e come può continuare a migliorare anche nei momenti difficili.

Strategie concrete per riaccendere la fiamma

Durante quelle interviste post-allenamento critiche, ho usato sempre tre strategie. La prima è la valorizzazione. Chiedo alle ragazze di raccontarmi un momento in cui si sono sentite bene in campo, quando hanno giocato bene. Spesso loro stesse dimenticano questi momenti quando sono demotivate. Ricordare aiuta a ricostruire la fiducia.

La seconda strategia è il coinvolgimento. Invece di dirle cosa fare, le chiedo: “Secondo te, come possiamo migliorare questo aspetto?”. Mettere il ragazzo o la ragazza al centro della soluzione la rende protagonista, non spettatrice dei propri fallimenti. Ho visto ragazze trovare idee brillanti quando gli ho dato lo spazio per pensare.

La terza è il sostegno genuino. Qui tocco il cuore della questione. Le ragazze devono sapere che li credo in loro, anche quando loro non credono in sé stesse. Ma non è una fiducia astratta: è legata a ciò che vedo nei loro allenamenti, nei loro sforzi, nella loro crescita come persone. Come allenatrice, voglio che capiscano che il valore non è legato solo ai gol o alle vittorie.

Un’intervista che mi colpì particolarmente avvenne dopo una sconfitta pesante. Una calcatrice era pianta di rabbia. Invece di dirle di calmarsi, le chiesi: “Che cosa fa arrabbiare una vera calciatrice?”. Lei mi rispose: “Quando vuole vincere, quando vuole fare meglio”. E allora le dissi: “Allora la tua rabbia significa che ami questo sport. Usiamola, ma usiamola bene”.

Il ruolo dell’inclusione e dell’amicizia

Un aspetto fondamentale che emerge dalle interviste post-allenamento è il clima del gruppo. Una ragazza depressa spesso lo diventa perché non si sente parte della squadra. Nel calcio giovanile, l’inclusione non è solo un principio etico, ma un moltiplicatore di performance. Quando tutte le ragazze si sentono valorizzate, la squadra cambia volto.

Durante le mie interviste, ho imparato a domandare anche: “Come ti senti nel gruppo?”, “Ci sono ragazze che ti supportano?”, “Senti che le tue compagne credono in te?”. Spesso emergevono problemi relazionali che niente avevano a che fare con il calcio tecnico. Una volta risolti questi, la motivazione tornava naturalmente.

Proprio per questo, le interviste post-allenamento diventano anche momenti per rafforzare i legami. Se una ragazza è demotivata, chiedo alla squadra di darle feedback positivi. Non sono complimenti vuoti: sono riconoscimenti specifici. “Marta, oggi difendi davvero bene”, “Sofia, mi è piaciuto come hai aiutato la compagna in difficoltà”.

Quando la motivazione ritorna

Circa due settimane dopo l’intervista critica di cui ho parlato all’inizio, notai il cambiamento. Non era drammatico, ma era reale. Le ragazze parlavano di nuovo durante gli allenamenti. Sorridevano. E soprattutto, giocavano con quella libertà che prima avevano perso. Non vincemmo subito, ma ricominciammo a credere di poter vincere.

Quell’esperienza mi insegnò che essere allenatrice significa essere anche una sorta di mentore delle emozioni. Le interviste post-allenamento non sono momenti per passare il tempo: sono spazi sacri dove i ragazzi possono tornare a se stessi, ritrovare fiducia, e capire che fare squadra significa anche sostenersi quando le cose vanno male.

Il talento calcistico è importante, certo. Ma la motivazione, la resilienza e il senso di appartenenza sono quello che trasforma un gruppo di calcatrici in una vera squadra. Ed è lì, durante quelle conversazioni sincere post-allenamento, che il vero gioco della formazione avviene.

Agnese Borsi

Agnese Borsi ha iniziato come arbitro di tornei scolastici, poi è diventata allenatrice di una squadra femminile under 12 in provincia di Ravenna. Unisce lo sguardo sull’agonismo a quello sulle emozioni delle giovani calciatrici, incoraggiando inclusione e amicizia attraverso le sue cronache.