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Interviste ai talenti emergenti del calcio giovanile: le storie di crescita che ispirano altri ragazzi

📅 29 Agosto 2026✍️ di Carlo Petrilli⏱️ 5 min di lettura

Da anni lavoro a contatto con ragazzi che sognano il calcio, e vi confesso che le storie più belle non nascono dalle velleità di genitori che vedono il figlio alla Juventus. Nascono invece quando un ragazzo ordinario, magari timido, magari con pochi mezzi, scopre che lo sport può cambiargli la vita. Non perché diventerà calciatore professionista—la realtà statistica è crudele—ma perché imparerà a credere in sé stesso.

Quando il pallone diventa strumento di riscatto

Ho iniziato il mio percorso in una scuola calcio della Lombardia più di venti anni fa, e ricordo perfettamente il giorno in cui Matteo arrivò ai nostri campi. Dodici anni, corpo ancora incerto, uno sguardo che non incrociava mai gli occhi di nessuno. La madre mi disse che aveva perso il padre l’anno precedente, e che il calcio era l’unica cosa in cui mostrava un briciolo di interesse. Non era un fenomeno tecnico, ma aveva una qualità rara: la fame. Non quella affamata di gloria, ma quella di appartenere a un gruppo, di sentirsi visto.

In quella fase della mia vita avevo appena ottenuto responsabilità di dirigenza, e stavo ancora imparando come le decisioni che prendiamo incidono sulla vita dei ragazzi. Decisi che Matteo non sarebbe stato relegato alla panchina per mancanza di talento tecnico puro. Lo insersi in un gruppo di lavoro dedicato alla crescita personale, dove accanto all’allenamento tattico affrontavamo anche temi di Psicologia dello sport applicata: gestione dell’ansia, autostima, comunicazione con i compagni.

Oggi Matteo ha 28 anni e non gioca in Serie A. Ma gestisce una palestra a Brescia e allena una squadra di pulcini. Due mesi fa mi ha scritto: “Ti ricordi quando mi dicevi che il calcio non serviva a diventare ricchi, ma a diventare migliori?” Mi è venuto da piangere.

Le storie che cambiano veramente le cose

Quello che noto come allenatore e dirigente è che i ragazzi che crescono meglio non sono quelli con il miglior sinistro. Sono quelli che scoprono che lo sforzo paga, che l’errore è informazione, non umiliazione. E soprattutto, sono quelli che trovano un adulto—una volta su mille—che crede in loro quando loro stessi non ci credono.

Un lettore mi ha scritto tempo fa dicendo che suo figlio aveva mollato il calcio dopo una stagione deludente. Il ragazzo aveva subito critiche dure da un allenatore precedente, e si era convinto di non essere portato. Quello che mi colpì della mail era la domanda finale: “Come faccio a reinsegnare a mio figlio che sbagliare è normale?” È una domanda che dovrebbe farsi ogni allenatore al mattino, prima di andare al campo.

Ho consigliato al padre di iscrivere il figlio in un contesto dove il focus fosse il divertimento unito alla crescita, non la competizione a oltranza. E ho suggerito di cercare un allenatore che usasse l’Metodologia dell’errore costruttivo: analizzare quello che non ha funzionato, capire il perché, provare di nuovo. Non gridare, non umiliare. Quella famiglia mi ha dato successivamente un feedback: il ragazzo ha ricominciato, e stavolta gioca con un sorriso vero.

Come creare una scuola calcio che forma persone, non solo giocatori

Negli ultimi anni ho implementato una pratica che ha cambiato molto nella nostra società: le “interviste di crescita” con i ragazzi. Non intendiamoci, non sono psicoterapia. Sono conversazioni strutturate con i nostri elementi più emergenti, dove chiedo loro tre cose: cosa ti spaventa in questo momento? Cosa vuoi imparare dal calcio oltre le tecniche? Chi ti ispira e perché?

Le risposte sono sempre rivelatrici. Marco, esterno sinistro di grande velocità, mi confessò che aveva paura di deludere i compagni. Federico, centrocampista, disse che voleva imparare a gestire la frustrazione quando le cose non andavano come previsto. Un altro ancora ammise che guardava i video di un calciatore non perché era il migliore tecnicamente, ma perché vedeva come questi aiutava sempre i compagni.

Quando un ragazzo scopre che ammirare qualcuno non per la sua caratura tecnica, ma per i suoi valori, ecco: in quel momento la scuola calcio ha fatto il suo vero lavoro. E il bello è che questi ragazzi diventano esempi viventi per gli altri. La crescita non contagia solo verso il basso—è il più grande errore che fa chi gestisce settori giovanili—ma anche verso l’alto. I ragazzi che trovano serenità nella crescita personale trascinano con loro anche chi è ancora turbato da dubbi.

Gli errori che commettono ancora molte scuole calcio

Devo essere franco: nella Lombardia ho visto scuole calcio che sfruttano il talento dei ragazzi come fossero piccoli professionisti, e li buttano via a sedici anni se non reggono il ritmo. Ho visto genitori che minacciano i figli dopo una partita in cui hanno sbagliato tre passaggi. Ho visto allenatori che gridano istericamente, convinti che la paura motivi. Non è così.

L’errore più diffuso è confondere la competitività con la durezza. Un ragazzo può essere estremamente competitivo e allo stesso tempo serio, rispettoso, consapevole che gli altri ragazzi sono persone, non avversari da umiliare. Quando costruisci una scuola calcio sulla competitività sana, le storie di crescita arrivano da sole. Perché il ragazzo compete contro sé stesso, non contro l’altro.

C’è poi l’errore di non ascoltare davvero i ragazzi. “Mi dispiace, le cose funzionano così” è la frase che uccide più vocazioni di mille critiche. Se un ragazzo ti dice che qualcosa non lo motiva, o che un allenamento lo fa stare male, la risposta non è “te l’abitui”. La risposta è: perché? Cos’è che non funziona? Come possiamo cambiarlo?

Negli ultimi due anni, proprio perché avevo iniziato a porre queste domande, abbiamo ridotto l’abbandono sportivo nella nostra scuola del 40%. Non perché siamo diventati più bravi tecnicamente. Ma perché abbiamo iniziato a credere che il ruolo vero di chi allena bambini e ragazzi non sia creare campioni. È creare persone che credono di poter cambiare la loro vita, e quella degli altri, attraverso lo sport. Il calcio è solo il medium.

Carlo Petrilli

Carlo Petrilli ha rivestito il ruolo di dirigente in una società di calcio giovanile lombarda e ha seguito la crescita di generazioni di bambini, promuovendo iniziative sociali per combattere l’abbandono sportivo. Scrive di storie che uniscono calcio, integrazione e passione per la maglia.