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Come scelgono i giovani calciatori la loro prima squadra? Il racconto di chi ce l’ha fatta

📅 10 Agosto 2026✍️ di Agnese Borsi⏱️ 7 min di lettura

L’odore dell’erba bagnata delle sei e mezzo di sera ha un suono tutto suo: un misto di tacchetti che grattano, giacche a vento che sfrigolano e risate stonate che si sciolgono all’improvviso. È in quell’ora sospesa che spesso incontro gli sguardi grandi dei più piccoli: stringono una maglia nuova tra le dita e cercano, nella trama, una promessa. Capitava anche a me, quando arbitravo i tornei scolastici nel palazzetto, di vederli fare un passo avanti e due indietro, incerti. Oggi, da allenatrice di una under 12 femminile in provincia di Ravenna, li riconosco al primo tocco: quelli che stanno per scegliere, davvero, la loro prima casa calcistica. Non è mai una decisione leggera. È un incastro tra desiderio e quotidiano, tra chi accompagnerà in macchina e chi aspetterà a bordo campo, tra un allenatore che ti chiama per nome e un gruppo che ti fa spazio nella fila del torello. E, soprattutto, è un fatto di pancia: capire dove ti senti visto per ciò che sei e non soltanto per quello che potresti diventare.

La scelta vista dal campo

La prima squadra non è un cartello appeso al cancello, ma una porta aperta che deve sapere di benvenuto. Nelle serate degli open day, quando i palloni rimbalzano nervosi come pensieri, i genitori ascoltano i responsabili e i ragazzi provano. Io resto ai margini, a osservare. C’è chi chiede da subito del ruolo, come se la posizione in campo fosse una firma sul destino, e chi cerca con gli occhi un amico, qualcuno da seguire per non perdersi. Se mi avvicino e domando come va, la risposta più onesta arriva dagli sguardi: quelli che brillano hanno già capito qualcosa, pur senza saper mettere in fila le parole giuste. La prima scelta è questo: un sentire che precede il dire. Poi, certo, arrivano gli orari, le quote, le maglie, la struttura. Ma il primo sì nasce spesso in uno stop fatto bene, in un sorriso resti tu, in una carezza di incoraggiamento data al compagno che sbaglia. Il calcio dei piccoli è questa grammatica semplice: se la impari in fretta, tutto il resto si aggiusta.

Cosa pesa davvero, oltre l’entusiasmo

La distanza da casa, innanzitutto. A dieci o undici anni, e anche più su, non è un dettaglio. Un percorso breve non significa solo comodità: vuol dire arrivare al campo già con la testa in partita e tornare a casa senza sacrificare il sonno o i compiti. Poi ci sono gli allenatori. Non solo il palmarès o i brevetti appesi in segreteria: conta la capacità di nominare gli errori senza ferire, di dare regole chiare e pretese giuste, di trasformare il gesto tecnico in un’occasione per crescere. Ho visto genitori appuntare tutto sul taccuino, dal numero degli esercizi alla durata del riscaldamento, e ragazzi che guardavano altrove. Spesso la risposta è in mezzo: servono metodo e calore, griglia e carezze.

Un altro peso specifico lo ha il gruppo. Entrare in uno spogliatoio dove le voci alte non coprono quelle timide, dove le differenze vengono abbracciate e non solo tollerate, fa la differenza. Nella mia squadra ho imparato che l’inclusione non è uno slogan: è l’abitudine a fermarsi un attimo di più per spiegare un movimento, a scambiarsi il posto in fila, a scegliere parole che non graffiano. Quando una società fa di questo una pratica quotidiana, la prima squadra diventa un luogo dove si impara a vincere senza schiacciare e a perdere senza crollare.

Storie di chi ha trovato la propria strada

Penso a Samir, esterno leggero come una promessa di primavera. È cresciuto in un campo parrocchiale che chiedeva più fantasia che linee tracciate. Quando lo hanno chiamato per un provino altrove, non ha guardato il colore del kit ma la panchina: chi si alzava per dare il cinque dopo un dribbling provato e andato male? Ha scelto così, con un criterio elementare e lucidissimo, e oggi corre ancora, più in alto, con la stessa leggerezza che si è tenuto stretta.

E penso a Elisa, che da piccola arrivava agli allenamenti con lo zaino due volte più grande di lei. La prima volta che l’ho vista stringeva i denti per non dimenticare il passaggio di interno. Lì ha trovato compagne che le hanno fatto posto in cerchio senza chiedere da dove venisse. Sua madre, all’uscita, mi disse che non cercavano una vetrina, ma un luogo dove le gambe imparassero senza che il cuore si rimpicciolisse. Ha scelto una società che allenava con metodo, certo, ma che sapeva anche aspettare. Ora gioca in una categoria nazionale e quando torna al nostro campo saluta tutte, dalla segreteria al magazziniere, come se fosse ancora il suo primo giorno.

Storie così non fanno rumore, ma lasciano tracce. Non parlano di salti nel buio, ma di passi misurati. E ogni passo è stato reso possibile da adulti che hanno indicato, consigliato, poi fatto un passo indietro perché la decisione avesse il gusto giusto: quello della libertà.

Famiglia, scuola e ritmo settimanale

La prima squadra si sceglie anche al tavolo della cucina, tra un quaderno e un bicchiere di latte. Le famiglie sanno che il calcio è un calendario che si infila nel resto: compiti, compleanni, nonni, corse. Quando consiglio un percorso, penso sempre alle settimane piene e alle energie scariche del giovedì. Una società che dialoga con la scuola, che rispetta gli orari e che non confonde l’allenamento supplementare con un dovere morale, di solito custodisce meglio i ragazzi. Perché qui nessuno è un professionista: a quell’età il talento ha bisogno più di riposo che di straordinari.

Ci sono anche le piccole grandi cose: chi accompagna, chi aspetta, chi cucina più tardi. E ci sono i no da imparare a dire. No agli impegni che sfilacciano il tempo, no alle promesse troppo larghe per le spalle di un dodicenne, no a chi parla di carriere prima ancora di saper annodare bene i lacci. La prima squadra nasce anche da questi confini gentili che proteggono senza soffocare.

Metodologia, tesseramento e sicurezza

Dietro un allenamento fatto bene c’è una struttura che funziona. Programmi chiari, obiettivi realistici, attenzione agli infortuni e alla prevenzione. Le società che seguo con più fiducia sono quelle che investono nella formazione degli istruttori e nei percorsi individualizzati quando servono. Non perché si debbano creare campioni in laboratorio, ma perché ogni ragazzo e ogni ragazza ha una curva di apprendimento diversa. Anche il tesseramento è un momento da vivere con consapevolezza: informarsi sul regolamento, capire i passaggi burocratici, chiedere quali siano i diritti e i doveri del giovane atleta e della famiglia. In questo, la cornice istituzionale conta: la FIGC e il CONI offrono linee guida e materiali utili a orientarsi, e ricordano che prima di ogni risultato c’è la sicurezza, dall’idoneità sanitaria alla gestione di emergenze in campo.

Lo dico sempre alle mie calciatrici: la differenza tra un campo che fiorisce e uno che si svuota non è nel numero di coppe in bacheca, ma nella cura quotidiana. Dove c’è cura, c’è tempo per imparare il controllo orientato, ma anche per sedersi un attimo, respirare, ricominciare senza paura.

Tra open day e schermi: il presente che cambia

Oggi la scelta passa anche dagli schermi. I video degli allenamenti, i profili social delle società, gli spezzoni delle partite giovanili sono diventati vetrine che avvicinano. Sono utili, certo, ma non bastano. Uno short non racconta l’odore dello spogliatoio, non dice se gli allenatori parlano a tutti o solo ai migliori, non mostra il silenzio dopo un errore. Per questo consiglio di guardare, ascoltare, e poi andare di persona. Toccare il campo, vedere un allenamento vero, parlare con chi ci vive dentro. È lì che si capisce se quell’erba, bagnata o bruciata dal sole, può diventare casa.

Intanto il reclutamento si fa più ordinato, con giornate dedicate e moduli online che snelliscono la burocrazia. È un bene, se non dimentichiamo che i dati non raccontano la storia intera. Dietro ogni numero c’è un ragazzo che magari ha paura del primo contrasto o una ragazza che non ha mai tirato di collo pieno perché nessuno glielo ha insegnato. La tecnologia aiuta, ma la scelta resta un fatto umano, da maneggiare con la stessa delicatezza con cui si insegna un primo controllo.

Quando la sera ripasso tra i coni per rimetterli nella sacca, cerco le impronte più piccole: mi raccontano dove qualcuno ha provato e dove ha riprovato. Lì, penso, si misura la sostanza di una prima squadra. Non nella perfezione di un pallone che non sbaglia traiettoria, ma nel coraggio di una scelta che si fa insieme: atleta, famiglia, società. E quando, mesi dopo, rivedo quegli sguardi grandi farsi più sicuri, so che la promessa di quella maglia nuova non era un miraggio. Era il primo passo di un viaggio condiviso, fatto di amicizia, inclusione e piccole, immense, conquiste. È lo stesso passo che mi ha portata qui, dal fischietto tra i banchi di scuola a una panchina che odora di erba bagnata: il luogo dove, ancora oggi, impariamo tutti.

Agnese Borsi

Agnese Borsi ha iniziato come arbitro di tornei scolastici, poi è diventata allenatrice di una squadra femminile under 12 in provincia di Ravenna. Unisce lo sguardo sull’agonismo a quello sulle emozioni delle giovani calciatrici, incoraggiando inclusione e amicizia attraverso le sue cronache.