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In che modo correggere la postura dei piccoli calciatori? Il trucco usato dai preparatori professionisti

📅 19 Agosto 2026✍️ di Agnese Borsi⏱️ 6 min di lettura

La prima volta che ho visto Martina correre con le spalle chiuse e il mento in avanti era un lunedì di vento, sul campo sintetico che costeggia i pioppi. Aveva il passo veloce di chi vuole arrivare prima su ogni pallone, ma il corpo sembrava inseguire la testa. Le ho chiesto di fermarsi al cerchio di centrocampo, cercando i suoi occhi dietro la frangetta: “Facciamo un trucco dei preparatori, due minuti e torni a volare”. Le compagne hanno fatto silenzio. In quegli istanti nasce spesso il calcio dei piccoli, dove una correzione posturale diventa fiducia, e la fiducia diventa gioco.

Perché l’allineamento cambia il gioco dei bambini

Nel calcio giovanile la postura non è una posa estetica, è un vantaggio funzionale. Un tronco allineato sopra bacino e piedi libera il passo, migliora l’equilibrio nei cambi di direzione e difende le ginocchia quando si frena di colpo. È anche un linguaggio del corpo: tenere il petto morbido e le spalle “lontane dalle orecchie” aiuta a guardare il campo senza irrigidirsi.

Le fasi di crescita accelerata possono rendere il controllo più instabile per qualche mese. È normale che un under 12 alterni giornate di coordinazione brillante a movimenti legnosi. Le linee guida di istituzioni come il CONI ricordano che in questa età bisogna curare la tecnica insieme agli schemi motori di base, con progressioni graduali e giocose. La postura è un ponte tra le due cose.

Il trucco dei preparatori: la “scala invisibile”

Molti professionisti usano un’immagine semplice per rimettere in asse i giovani calciatori: la scala invisibile. Tre pioli da salire con calma, uno dopo l’altro, fino a sentire il corpo “impilato”, come dicono negli staff atletici. Io la porto in campo con tre gesti rapidi che qualsiasi bambino può imparare in pochi allenamenti.

Il primo piolo sono i piedi che afferrano il terreno. Chiedo di sentire il peso su tre punti: tallone, base dell’alluce e base del mignolo. È un invito alla stabilità, non un ordine di piantarsi. Serve a togliere quella corsa in punta che piega le caviglie e trascina in avanti il busto.

Il secondo piolo è il bacino che torna neutro. Uso il muro dello spogliatoio come maestra: talloni a pochi centimetri, sacro appoggiato, coste basse che sfiorano, nuca leggera. Due respiri dal naso, pancia che si gonfia e si sgonfia come un palloncino discreto. Spiego che il respiro è la leva più potente per allineare costole e anche senza tirare nulla. Bastano dieci secondi per avvertire una colonna più lunga.

Il terzo piolo è la gabbia toracica che si mette sopra il bacino, non davanti. Qui uso il pallone come biofeedback: lo appoggiamo al petto con gli avambracci, senza schiacciarlo, e camminiamo due metri. Se il pallone cade, è segno che le spalle sono rientrate nella vecchia abitudine. Ridiamo, raccogliamo, riproviamo. L’obiettivo non è la perfezione, ma un sentiero motorio nuovo.

Quando serve una spinta in più per l’allineamento delle ginocchia durante gli atterraggi, passo a un elastico morbido sopra le rotule. È un trucco amato dai preparatori: l’elastico “porta” le ginocchia verso l’interno e il cervello reagisce spingendole dolcemente in fuori, trovando la linea con i piedi. È una forma di allenamento reattivo che costa pochi euro e vale molte cadute evitate.

Dal fermo al gioco: come trasformare il gesto in abitudine

La scala invisibile nasce ferma, ma vive correndo. Dopo il reset al muro faccio partire camminate lente a testa alta, poi skip leggeri. Propongo slalom stretti con la palla, invitando a sentire il torace che “galleggia” sopra il bacino. Ogni dieci metri, una micro-pausa di due respiri nasali per riaccendere la memoria del corpo.

I salti e gli stop sono la seconda palestra. Atterrare a due piedi, ginocchia morbide che seguono la punta delle scarpe, bacino che non crolla di lato. Lo facciamo prima senza palla, poi con un passaggio subito dopo il contatto a terra. Il cervello impara meglio quando il compito è chiaro e divertente, e il calcio offre compiti continui.

Infine porto l’attenzione in partita con segnali semplici. Se vedo spalle che salgono, sussurro “orecchie libere”. Se compare la corsa in punta, dico “tre punti sotto i piedi”. Non è magia, è coerenza. I bambini rispondono agli stimoli esterni più che agli ordini interni, e la postura è figlia di queste piccole ancore ripetute.

Errori comuni: l’illusione del “stai dritto”

Il comando più gettonato, “stai dritto”, è anche il meno utile. Spinge a irrigidirsi, a trattenere il fiato, a inarcare la schiena. La drittorietà non è una statua, è una danza di micro-aggiustamenti che il respiro orchestra. Per questo preferisco immagini sensoriali e compiti concreti, non correzioni astratte.

Altro errore è rincorrere la forza prima del controllo. Carichi eccessivi in squat profondi, o mille addominali “a bicicletta”, peggiorano il quadro. Nei piccoli serve elasticità, equilibrio e controllo delle decelerazioni. La forza viene, ma deve appoggiarsi su un pattern posturale stabile.

Infine, c’è la trappola invisibile della quotidianità: zaini su una spalla, ore al telefono con il collo a becco. Qui il campo non basta. Suggerisco alle famiglie due abitudini leggere: zaino bilanciato e un minuto di respiro nasale con gambe contro il muro prima di dormire. Sono semi che il corpo riconosce quando torna a giocare.

Monitorare senza ansia: segnali e semplici verifiche

Un allineamento che migliora si vede a occhio nudo. Il busto smette di inseguire la palla, il passo fa meno rumore, gli stop sono più composti. Quando una bambina o un bambino avverte dolori che non passano o un ginocchio che cede spesso, è il momento di un confronto con un fisioterapista sportivo, senza allarmismi. La crescita chiede ascolto e dosaggio.

In squadra uso due verifiche leggere. La prima è una foto di profilo a inizio e fine mese, con la stessa distanza e luce, solo per noi allenatori e le famiglie. La seconda è un equilibrio su una gamba a occhi aperti contando fino a dieci, poi l’altra gamba. Non è un test clinico, ma un modo per allenare la Propriocezione e rendere visibile il progresso.

Quando la postura è anche un’emozione

Allineare non significa uniformare. Ogni corpo porta una storia, e nello spogliatoio dell’under 12 lo vedo ogni settimana: c’è chi si chiude per timidezza, chi sfida piegandosi in avanti come a voler rompere il vento. La postura parla prima dei piedi. Quando correggo, cerco sempre un sorriso, perché il sorriso libera la nuca più di mille parole.

La squadra è un correttore naturale. Il passaggio ben fatto ti costringe a guardare, la compagna che ti chiama ti apre le spalle. Quando Martina, quel lunedì, ha infilato la sua prima finta mantenendo il torace calmo e gli appoggi larghi, le altre hanno gridato il suo nome come un gol. Non era solo postura, era appartenenza.

Chiudo come ho iniziato. Alla fine dell’allenamento le ho chiesto di rifare la scala invisibile in due respiri. Piedi che sentono il terreno, bacino che trova il centro, gabbia che si posa sopra. “Così?” ha detto, e ha fatto un passo avanti, leggero. Ho risposto con un pollice alzato. Nel calcio dei piccoli, i trucchi dei professionisti funzionano davvero quando diventano gioco condiviso, e quando la schiena che si allinea porta con sé la gioia di stare insieme.

Agnese Borsi

Agnese Borsi ha iniziato come arbitro di tornei scolastici, poi è diventata allenatrice di una squadra femminile under 12 in provincia di Ravenna. Unisce lo sguardo sull’agonismo a quello sulle emozioni delle giovani calciatrici, incoraggiando inclusione e amicizia attraverso le sue cronache.