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Evento open day scuola calcio: perché la presenza dei genitori influisce sulle scelte dei bambini

📅 23 Agosto 2026✍️ di Agnese Borsi⏱️ 7 min di lettura

La prima volta che ho capito davvero quanto conti uno sguardo a bordo campo è stata in una mattina di settembre, in un open day affollato come un mercato. Fischiai l’inizio della partitella, ancora con l’abitudine da arbitro dei tornei scolastici, e una bimba di nove anni, treccia stretta e scarpini nuovi, restò inchiodata sulla linea laterale. Il padre le fece cenno con la mano: «Vai». Lei guardò prima lui, poi me, poi l’erba. Non scelse il pallone: scelse di obbedire. Anni dopo, da allenatrice di una under 12 femminile in provincia di Ravenna, quella scena mi torna spesso alla mente quando vedo i bambini e le bambine cercare negli occhi dei genitori un via libera invisibile. Nelle giornate aperte delle scuole calcio, la presenza familiare è un faro che illumina e, qualche volta, abbaglia.

Cosa cambia quando mamma e papà sono a bordo campo

La cornice dell’open day è pensata per alleggerire il peso della scelta: campo libero, giochi a stazioni, sorrisi facili. Ma a bordo campo, al riparo di una ringhiera, succede gran parte del dramma silenzioso della decisione. I genitori sono specchi e barometri: lo sguardo incoraggiante abbassa la pressione, quello teso la alza. Se il bambino dribbla con coraggio e alza gli occhi per cercare un cenno, sta misurando non solo la riuscita del gesto tecnico, ma la temperatura emotiva dell’ambiente.

Non c’è nulla di patologico in questo: è così che impariamo, osservando. La psicologia lo spiega da decenni con la Teoria dell’apprendimento sociale, secondo cui le condotte si modellano anche attraverso l’imitazione e il rinforzo ricevuto dalle figure di riferimento. In un open day, il rinforzo è istantaneo: un applauso, una smorfia, una frase sussurrata tra i denti. E quelle micro-espressioni, ripetute, diventano direzione di marcia.

Lo vedo quando proponiamo ai più piccoli di provare ruoli diversi. Il portiere, per molti, è un salto nel vuoto. Lì il gesto del genitore è decisivo: se la madre ride e dice «prova, ti diverti», la porta diventa un fortino da esplorare; se il padre scuote la testa o ricorda «attento a non farti male», la saracinesca si abbassa prima ancora di spalancarsi. Nelle ragazze, il segnale è ancora più netto: se percepiscono in casa che il calcio è “da maschi”, il piede esita un istante in più. A volte basta quell’istante per scegliere altro.

Il momento della scelta: ruolo, squadra, sport

La decisione che matura a fine open day non riguarda solo dove iscriversi. È più sottile: «Mi sento il tipo da attaccante o da terzino? Mi piace questa maglia o preferisco quell’altra? Torno la prossima settimana?». Tutto si condensa negli ultimi minuti, quando si spengono i giochi e si riaccendono le parole. Un “bravo” detto in fretta può pesare quanto un modulino già compilato; un «ti ho visto felice» vale più di un’analisi tecnica di cinque minuti.

Spesso, però, le parole prendono la curva sbagliata. È il caso dei consigli travestiti da libertà: «Scegli tu, ma secondo me è meglio là». Ancora peggio le etichette: «Hai piedi da centrocampista», «Non sei aggressivo abbastanza». Nella mia squadra ho imparato a disinnescare queste trappole invitando i genitori a rimandare il giudizio. Chiedo loro di ascoltare il racconto del figlio o della figlia sulla strada di casa. Cosa è piaciuto, cosa ha fatto ridere, dove si è sentito o sentita capace. Da quel racconto nasce un orientamento più vero di qualsiasi scheda valutativa.

Ci sono poi le scelte identitarie. Un bambino timido può assecondare la spinta del genitore a “farsi più duro” e finire in un contesto dove il risultato incalza, scoprendo tardi che gli piace un calcio diverso, più tattile e curioso. Una bambina determinata può ritrovarsi in una squadra che le chiede di badare al semplice, perché qualcuno le ha detto che “conviene non rischiare”. La presenza familiare può correggere la rotta o stabilizzarla in modo artificiale. Ecco perché, nei nostri open day, proviamo a spostare il baricentro verso l’autonomia emotiva.

Come organizzare un open day che protegge l’autonomia

La prima mossa è urbanistica: separare gli spazi. Quando i genitori sono troppo vicini alla linea laterale, l’attenzione dei piccoli si strattona tra campo e tribuna. Noi predisponiamo una zona d’accoglienza con informazioni chiare, orari, costi e staff disponibili, così mamma e papà hanno un luogo dedicato per le domande. Questo consente al campo di restare, anche se per un’ora, un luogo dei bambini. Le scelte maturano meglio quando non sono sorvegliate al centimetro.

La seconda mossa è linguistica. All’inizio dell’open day, spiego che il silenzio è un’alleanza. Non vuol dire assenza, né indifferenza. Vuol dire lasciare che la scoperta suoni più forte delle istruzioni. Un “bravo” ogni tanto va bene; un flusso continuo di correzioni rompe il ritmo interno. Più che correggere, invito a osservare: come sorride quando sbaglia? come saluta le compagne? come si rialza?

La terza mossa è rituale. Quando si cambia stazione o ruolo, do qualche secondo di “respiro sconnesso”, uno spazio in cui i bambini possono scegliere autonomamente con chi stare per il prossimo esercizio. È un test gentile: li allena a dire «vengo con te», a farsi avanti da soli. Qui si vede il lavoro che la famiglia fa a casa sulla fiducia. In certi sguardi ho letto storie intere, e non sempre servono parole per comprenderle.

Infine, un riferimento alle cornici istituzionali aiuta a fare squadra con le famiglie. Ricordo sempre che ciò che chiediamo è in linea con le raccomandazioni del Settore Giovanile e Scolastico della FIGC: centralità del bambino, ambiente sereno, progresso graduale. Non sono solo buone maniere: sono buone pratiche.

Un patto educativo: allenatori e famiglie

Quando ho smesso di fischiare come arbitro e ho iniziato a proporre esercizi come allenatrice, ho capito che il nostro ruolo non è tanto dire “fate così”, ma creare le condizioni perché il gesto giusto emerga da sé. Con le famiglie vale lo stesso. Il patto è semplice: noi garantiamo un contesto sicuro e competente, loro garantiscono uno sguardo che sostiene senza dirigere.

Questo patto funziona se lo rendiamo esplicito. In apertura d’open day, trenta secondi valgono oro: «Oggi lasciamo campo ai ragazzi e alle ragazze, le domande sono benvenute nella zona info. A fine attività ci prendiamo cinque minuti per confrontarci». Quel tempo finale è il luogo in cui le scelte si possono nominare. Non come verdetti, ma come direzioni provvisorie. Nelle mie riunioni, spesso chiedo ai genitori di raccontarmi qual è l’immagine più bella che hanno visto in campo. La risposta, quasi sempre, contiene già l’orientamento giusto.

Ci sono storie che mi restano addosso. Una riguarda Giulia, che ai primi open day restava incollata alla madre con il borsone stretto. La mamma, con una delicatezza che ancora le riconosco, arretrò di dieci passi ogni settimana. Alla fine del mese, Giulia attraversò il campo da sola e si mise in porta. Quando chiedemmo perché avesse cambiato idea, disse: «Da qui vedo tutto». Era una decisione, non un compromesso. Le scelte migliori nascono quando la presenza adulta disegna il perimetro e non il percorso.

Dopo l’open day: cosa resta e come ascoltarlo

Finita la festa, comincia la digestione. I bambini accumulano impressioni come figurine: il nome dell’istruttrice, la rete che vibra, l’odore dell’erba bagnata. Quel materiale non va subito ordinato, va lasciato sedimentare. Una sera di silenzio vale più di cento domande. Poi, quando le parole tornano, emergono segnali chiari: «Mi piace quando si passa la palla», «Mi fa paura correre verso tutti», «Voglio rivedere quella amica». In quelle frasi ci sono indizi preziosi su ruolo, gruppo, frequenza. L’errore è sostituire quei segnali con i nostri desideri incompiuti.

Come tecnici, possiamo facilitare questo processo offrendo un rientro morbido: una prova aggiuntiva, un allenamento aperto, un colloquio breve. Ai genitori chiedo di portare domande semplici: «Ti sei sentito accolto?», «Cosa ti è piaciuto di più?», «Vuoi tornare?». In una società che spinge a decidere in fretta, il tempo della scelta sportiva dei bambini ha bisogno di rallentare. La fretta confonde la soddisfazione momentanea con la motivazione.

Infine, c’è un ultimo passaggio che riguarda noi adulti. Accettare che un bambino scelga un ruolo diverso da quello che immaginiamo, o una scuola calcio più piccola ma più calda, è un atto di fiducia. È dire: «Mi fido della tua sensazione», che a nove, dieci, undici anni è forse l’unico vero strumento di navigazione. Le teorie aiutano, i programmi danno cornice, ma è il corpo che decide quando un posto gli somiglia.

Ripenso a quella mattina di settembre. La bambina con la treccia, spinta a entrare da un cenno del padre, quel giorno non toccò molti palloni. Ma tornò la settimana dopo, accompagnata da una zia. Rimase in più alla fine, a tirare rigori con le compagne, e ogni volta che segnava cercava lo sguardo di qualcuno che non c’era. Lo trovò nel gruppo, nei sorrisi che rimbalzavano tra le ragazze. In quell’assenza misurata c’era una presenza diversa, più leggera. Forse è questo il segreto degli open day ben riusciti: restituire ai bambini il centro della scena, e ai genitori il piacere di guardarli scoprire chi vogliono essere, un dribbling alla volta.

Agnese Borsi

Agnese Borsi ha iniziato come arbitro di tornei scolastici, poi è diventata allenatrice di una squadra femminile under 12 in provincia di Ravenna. Unisce lo sguardo sull’agonismo a quello sulle emozioni delle giovani calciatrici, incoraggiando inclusione e amicizia attraverso le sue cronache.