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Come impostare un allenamento per bambini Under 10? I consigli pratici degli esperti

📅 29 Agosto 2026✍️ di Agnese Borsi⏱️ 5 min di lettura

Era una tranquilla mattina di settembre quando ho visto il piccolo Marco, otto anni appena compiuti, entrare nel nostro campo d’allenamento con lo sguardo un po’ intimorito. I genitori lo seguivano, anch’essi incerti su come iniziare questo nuovo percorso nello sport. Quella scena mi ha ricordato quante domande si pongono gli adulti quando decidono di iscrivere un bambino a calcio: come strutturare davvero l’allenamento? Quali esercizi sono adatti? Quanto è importante il divertimento rispetto alla tecnica? Da anni, sia come arbitro che come allenatrice, mi confronto con questi interrogativi, e ho imparato che non esiste una ricetta unica, ma principi fondamentali che funzionano davvero per i bambini under 10.

La fase under 10 rappresenta un momento delicato e decisivo nello sviluppo calcistico dei giovani atleti. Non è ancora il momento della specializzazione agonistica vera e propria, ma nemmeno un semplice gioco ricreativo. È il periodo in cui si gettano le fondamenta della tecnica, della comprensione del gioco, ma soprattutto della passione. Ho visto ragazzi straordinariamente dotati di talento abbandonare il calcio perché l’allenamento era rigido, noioso, poco inclusivo. E al contrario, ho osservato bambini che inizialmente sembravano meno dotati diventare ottimi calciatori perché si divertivano, perché si sentivano parte di una comunità, perché l’allenatore credeva in loro.

La struttura dell’allenamento: equilibrio tra tecnica e gioco

Un allenamento efficace per bambini under 10 non deve superare i 60-70 minuti, includendo il riscaldamento. La mente dei bambini di questa età ha tempi di attenzione limitati, e forzare sessioni più lunghe significa disperdere energia e perdere motivazione. Ho scoperto sulla mia pelle, durante i primi anni di arbitraggio in tornei scolastici, che i bambini stanchi commettono più errori non perché tecnicamente impreparati, ma perché concentrazione e joy of the game svaniscono.

La sessione dovrebbe iniziare sempre con un riscaldamento dinamico e coinvolgente: non corse sterili intorno al campo, ma giochi di movimento che preparano il corpo senza sembrare una punizione. Un attivazione che duri dieci minuti, con esercizi a coppie o in piccoli gruppi, crea immediato uno spirito collaborativo. Dopo il riscaldamento, dedicate venti minuti a esercitazioni tecnico-tattiche specifiche: tocchi di palla, passaggi, controlli di prima, movimenti nello spazio. In questa fase è cruciale che l’allenatore stia vicino ai bambini, osservi le difficoltà individuali e fornisca feedback positivi costruttivi, non critiche aggressive.

La parte centrale dell’allenamento—circa 25-30 minuti—deve essere dedicata al gioco. Non intendo partite formali di 11 contro 11, ma forme di gioco ridotte: partite 4 contro 4, 5 contro 5, con regole adattate allo sviluppo motorio dei bambini. Questi format permettono a ogni giovane di toccare molte più volte il pallone, di prendere decisioni autonome, di comprendere realmente il gioco. È dentro queste partite-allenamento che i bambini imparano davvero, non durante le esercitazioni astratte. Ultimo elemento: i 5-10 minuti finali dedicati al defaticamento, ma anche al ritrovo di gruppo, al racconto di come è andata, al rinforzo del senso di appartenenza.

Oltre la tecnica: l’importanza dell’inclusione e dell’emotività

Quando ho iniziato ad allenare la mia squadra femminile under 12, ho portato con me lezioni cruciali dal mio passato di arbitro: avevo visto bambini piangere in campo perché l’allenatore urlava troppo, ragazzi con talento potenziale che non osavano tentare perché avevano paura di sbagliare. Ho deciso di fare diversamente. Oggi, la mia priorità è creare uno spazio emotivamente sicuro dove ogni bambino sente di avere un ruolo, un valore, una possibilità di crescita.

Questo significa innanzi tutto riconoscere che i bambini imparano in modo diverso. Alcuni sono più rapidi tecnicamente, altri impiegano più tempo ma mostrano una lettura tattica sorprendente. Alcuni sono estroversi, altri introversi. Gli allenatori esperti non cercano di trasformare tutti nello stesso calciatore, ma coltivano le peculiarità di ognuno, costruendo una squadra dove le differenze diventano forza collettiva. Ho notato che quando un bambino “lento” tecnicamente scopre di essere veloce nel pressing, o quando uno “piccolino” capisce che è perfetto per il palleggio nello stretto, la fiducia in se stesso cambia tutto.

Un altro elemento fondamentale è l’ascolto. Prima di iniziare qualsiasi allenamento, è bene dedicare pochi minuti al dialogo con i bambini: “Come state? C’è qualcosa che vi preoccupa? Qual è stato il momento migliore della settimana?” Questo crea un legame di fiducia e permette all’allenatore di comprendere anche il benessere psicologico dei giovani atleti. Nel calcio giovanile, la salute emotiva è tanto importante quanto quella fisica.

Sviluppo motorio e programmazione realistica

Intorno agli 8-9 anni, i bambini sono in una fase di Sviluppo motorio notevole, ma con ancora importanti limitazioni. La coordinazione occhio-piede migliora sensibilmente, così come l’equilibrio dinamico e la capacità di orientamento nello spazio. Tuttavia, pretendere che un bambino under 10 padroneggi tecniche complesse come il tiro di esterno destro o il dribbling stretto su velocità alta significa incomprensione dei tempi biologici.

La programmazione dell’allenamento deve rispettare questi ritmi naturali. I primi mesi dovrebbero concentrarsi su fondamenta solide: tocco di palla morbido, postura corretta, passaggio a terra, controllo orientato. Solo in seguito, progressivamente, introdurre elementi di complessità crescente. Come negli ultimi anni ho appreso seguendo percorsi di formazione per allenatori, gli studi neuroscientifici confermano che l’apprendimento motorio nei bambini è tanto più efficace quanto più è ludico, ripetitivo in contesti variati e privo di pressione agonistica eccessiva.

Anche la preparazione fisica deve essere contestualizzata. Non parlo di sedute di potenziamento muscolare—assolutamente vietate a questa età—ma di sviluppare capacità coordinative, propriocettive, di velocità e agilità attraverso giochi e esercizi che il bambino percepisce come puro divertimento. Una staffetta con balzi, uno slalom tra i birilli, un gioco di tag nel campo: tutte queste attività costruiscono le fondamenta atletiche senza annoiare.

Quando vedo genitori e bambini tornare a casa da un allenamento con il sorriso, quando ricevo messaggi di genitori che dicono “Mio figlio non vede l’ora che arrivi il giorno dell’allenamento”, capisco che la strada è quella giusta. L’allenamento under 10 deve essere una festa, una comunità, un luogo dove sperimentare il proprio potenziale in un’atmosfera di fiducia reciproca. La tecnica verrà, il miglioramento agonistico seguirà naturalmente. Quello che conta davvero è accendere la scintilla della passione, quella che trasforma un semplice bambino timido come Marco in un piccolo calciatore consapevole, felice e sempre desideroso di tornare in campo.

Agnese Borsi

Agnese Borsi ha iniziato come arbitro di tornei scolastici, poi è diventata allenatrice di una squadra femminile under 12 in provincia di Ravenna. Unisce lo sguardo sull’agonismo a quello sulle emozioni delle giovani calciatrici, incoraggiando inclusione e amicizia attraverso le sue cronache.